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Il Cantiere di storie – Serena Marinelli

Participation in the writing course had a double value in my personal experience: on the one hand it allowed me to recover the memory of my family, of which traces were being lost and which deserves to be told, albeit with some poetic license and with a much more refined language than my father’s Roman dialect or my grandmother’s Ciociara.
On the other hand, it offered me the opportunity to give shape to my internal world, a chaotic universe that rearranges itself through the stories I tell and which, as often happens, concern me all.
Through words I have been transformed each time, into a law-abiding marshal, into a courageous child, into a social worker, often into a murderer. I have killed many times, with poison, by suffocation, with a jaw close to the throat, with a syringe and with a brush; then I lied and was a pro-Nazi informer with few conscientious scruples; I have transgressed the law countless times or represented it, through men and women with solid and unassailable values; I fled and stayed, one or the other, and sometimes both; above all I have loved so much and almost always have loved without conditions, with great passion as in the best tragedies, or in a whisper, like the knights of the round table. The word, which I have frequented since I was a child, is today my most trusted ally. I remember my first book, “Nero Wolfe, defend yourself”, by Red Stout, a mystery of the classic Mondadori that smelled of mold and freedom. For my seventh birthday they had given me “Little Women”, but I secretly fell in love with that New York investigator passionate about cooking and orchids, with his bulky body, his very fine intelligence, and an apartment on 35th street. I was Archie, his closest collaborator and alter ego. I think I lost my sight because of him, reading under the covers with an old flashlight from my father. After finishing the entire Stout series, I didn’t read a detective story until four years ago. I didn’t want to betray my first love. But my first story at the Story Shipyard was a detective story.
Someone said that a pen injures more than a weapon. I have never handled a weapon, except in my stories, and I cannot confirm or deny this thesis. But I am inclined to believe, rather, that writing can be one of the most effective cures for soul wounds, as long as you use it, like all medicines, consistently and carefully reading the package leaflet. Because you can’t write if you haven’t read a lot, and this is one of the few things I’m sure of in my life, made up mostly of an indefinite number of uncertainties.

La partecipazione al corso di scrittura ha avuto una duplice valenza nella mia esperienza personale: da una parte mi ha permesso il recupero della memoria della mia famiglia, di cui si stavano perdendo le tracce e che merita, invece, di essere raccontata, seppure con qualche licenza poetica e con un linguaggio ben più forbito del romanesco di mio padre o del ciociaro di mia nonna.
Dall’altra, mi ha offerto la possibilità di dare forma al mio mondo interno, un universo caotico che si riordina attraverso le storie che racconto e che, come spesso accade, mi riguardano tutte.
Attraverso la parola mi sono ogni volta trasformata, in un maresciallo ligio alle regole, in una bambina coraggiosa, in un’assistente sociale, spesso in un assassino. Ho ucciso molte volte, con il veleno, per soffocamento, con una mandibola stretta alla gola, con una siringa e con una spazzola; poi ho mentito e sono stata una delatrice filo nazista con pochi scrupoli di coscienza; ho trasgredito innumerevoli volte la legge o l’ho rappresentata, attraverso uomini e donne con valori solidi e inattaccabili; sono fuggita e sono rimasta, l’una o l’altra cosa, e a volte entrambe; soprattutto ho tanto amato e quasi sempre ho amato senza porre condizioni, con grande passione come nelle migliori tragedie, o sottovoce, come i cavalieri della tavola rotonda.
La parola, che frequento sin da bambina, oggi è la mia alleata più fidata. Ricordo il mio primo libro, “Nero Wolfe, difenditi”, di Red Stout, un giallo dei classici Mondadori che odorava di muffa e libertà. Per il mio settimo compleanno mi avevano regalato “Piccole donne”, ma di nascosto mi ero innamorata di quell’investigatore newyorchese appassionato di cucina e orchidee, col suo corpo ingombrante, la sua finissima intelligenza, e un appartamento sulla 35a strada. Ero io Archie, il suo più stretto collaboratore e alter ego. Credo di aver perso la vista a causa sua, leggendo sotto le coperte con una vecchia torcia di mio padre. Dopo aver terminato tutta la collana di Stout, non ho più letto un giallo fino a quattro anni fa. Non volevo tradire il primo amore. Ma il mio primo racconto al Cantiere di storie è stato un poliziesco.
Qualcuno ha affermato che una penna ferisce più di un’arma. Io non ho mai maneggiato un’arma, se non nei miei racconti, e non posso confermare ne smentire questa tesi. Ma sono propensa a credere, piuttosto, che la scrittura possa essere una delle cure più efficaci per le ferite dell’anima, a patto di usarla, come tutte le medicine, con costanza e leggendo attentamente il foglietto illustrativo. Perché non si può scrivere se non si è tanto letto, e questa una delle poche cose di cui sono sicura nella mia vita, costituita, per lo più, da un numero indefinito di incertezze.

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